Erasmus, esperienza che fa bene anche all’occupazione

UniversitaProgetto Erasmus: oltre tre milioni ne hanno beneficiato in questi 27 anni. Solo nell’anno accademico 2012/2013 sono stati 270mila con Spagna, Germania e Francia quali mete predilette. L‘Italia è al quinto posto con quasi 20mila studenti ospitati e al quarto quanto a partecipanti: 25.805.

Oltre che al senso di appartenenza europea l’Erasmus fa bene anche all’occupazione: chi ha trascorso qualche mese all’estero se la cava meglio di altri nel mercato del lavoro. Secondo uno studio appena presentato dalla Commissione europea – il più ampio del genere con 80mila partecipanti fra studenti e imprese, firmato da esperti indipendenti del CHE Consult di Berlino con il Brussels Education Service, il Compostela Group of Universities e l’Erasmus Student Network – l’incidenza della disoccupazione di lunga durata per gli ex studenti Erasmus è dimezzata rispetto a chi non ha studiato né si è formato in un altro Paese. Non basta: a cinque anni dalla laurea il tasso di disoccupazione è più basso del 23% rispetto ai coetanei. Stando all’indagine della Commissione, il 92% dei datori di lavoro ricerca nei candidati aspetti che finiscono di solito per arricchire il bagaglio culturale del partecipante medio al programma: tolleranza, fiducia in sé stessi, abilità nella risoluzione dei problemi, curiosità e consapevolezza di pregi e difetti oltre alla risolutezza.

La prova è costituita da una serie di test realizzati prima e dopo il periodo trascorso all’estero: chi ha partecipato ha manifestato valori più elevati in questi tratti fin dalla scelta di prenderne parte, dunque prima del decollo. Al rientro la differenza rispetto agli altri studenti è aumentata in media del 42%. Insomma, l’Erasmus fa bene alla personalità e quindi alla sicurezza con cui ci si presenta in un quadro lavorativo sempre più deteriorato.

Oltre allo studio, gli studenti possono anche svolgere un tirocinio fuori dal proprio Paese.

Oltre la professione, Erasmus ha dato forse il più incisivo contributo nel trasformare almeno un paio di generazioni nelle prime a potersi davvero sentire “cittadine d’Europa”: il 40% degli ex studenti ha infatti cambiato il Paese di residenza o lavoro almeno una volta dopo la laurea, il doppio degli altri. E il 93% prevede, senza paure, di potersi trasferire in futuro se necessario. Fra chi non ha partecipato la quota scende al 73%. Non solo: il 33% ha un partner di un’altra nazionalità (13% per chi rimane a casa) e il 27% degli studenti ha incontrato l’attuale compagno o compagna proprio durante quel periodo di studio. Basti una stima: sarebbero un milione i bambini nati in questi decenni da coppie Erasmus. A quasi trent’anni dal via il programma, all’epoca voluto dall’associazione studentesca Aegee, si delinea dunque come il più riuscito esperimento culturale continentale.

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